Almanacco dei viventi di Maurizio Maggiani

Almeno questo, almeno lasciarli in pace quando giocano

Se dovessi definire la base del pensiero di Maurizio Maggiani mi vengono in mente due parole: Natura e Lavoro. La Natura è rappresentata soprattutto dalla campagna, dai contadini, dalla sofferenza, dalla bellezza immensa. Il Lavoro è il lavoro manuale, faticoso, quello del muratore, dell’operaio metalmeccanico, del falegname, del manovale. Lavori poveri dove è necessaria molta forza e poca speranza nel futuro. In questo “Almanacco dei viventi” racconta attraverso parole e immagini: le bandiere (“Il fatto è che le bandiere la notte riposano, meglio di tanto in tanto dargli una lavata; la guerra non riposa e non si lava mai, la guerra non ha bisogno di ristorarsi con un buon sonno”.), la neve, i buoni, il grano, la carne, i peli (“Siamo dunque al cospetto di uno sconfortante ritardo adattivo del maschio, il che spiegherebbe molte cose, in primis il persistere di un comportamento aggressivo apparentemente irragionevole. Se le cose stanno così, chi glielo va a dire alle femmine di starsene immobili a pazientare ancora qualche millennio prima che i loro maschi si mettano alla pari?”), la rivoluzione, i nanetti, le scarpe, la musica, la dolcezza, la ballerina, i sogni d’oro, il gioco (“Almeno questo, almeno lasciarli in pace quando giocano.”), il ballo (“Era per via di un Paese che prosperava nelle attese, cantavano i garzoni di barberia, ballavano le braccianti e le magliaie a cottimo, e veniva facile credere fermamente che le cose si sarebbero messe al meglio.”) l’attesa, il sonno, La Madonna (“La contemporaneità che induce sbadatezza anche nel sacro.”), Il panorama (“Ma non è questo il momento di stare a guardare i difetti, tutto ha dei difetti.”), Ferragosto (“Nella fatica del poco e nella disillusione del niente.”), Morire (“SI FA SILENZIO QUANDO I BAMBINI DORMONO NON QUANDO MUOIONO”), La Patria (“Giustizia e buon senso vorrebbero che a risorgere fossero i caduti, l’ideale che si evitasse di farli cadere.”), Comunismo (“Se solo volessimo tutti quanti noi, le moltitudini dei disadattati alla Storia corrente, le avanguardie dei non affidabili.”), Le pievi (“Un riparo in questo mondo di miseria che non conosce neanche uno straccio di dio da doversi dare una calmata.”) e molto altro ancora.

Maurizio Maggiani pesa attentamente le parole, le ama e non vuole approfittarne, non vuole renderle schiave, le tratta con estrema gentilezza e cortesia. E loro (le parole) ricambiano la passione di Maurizio con il risultato che la scrittura risulta solida, lucida, ardente. Oggi il linguaggio viene maltrattato, oltraggiato, si scrivono e, purtroppo, si leggono insensatezze, banalità, ottusità. Bisogna ringraziare chi ci aiuta a ricordare come dovrebbero essere.

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