Adua di Giaba Scego

Ero spenta come una lampadina difettosa.

Quante delusioni, da padre a figlia. Zoppe è il padre di Adua, fa il traduttore, conosce molte lingue, traduce per i “conquistatori” italiani e per il conte Anselmi, si sente un traditore della sua gente, dei somali, si consola pensando che solo così potrà sposare il suo amore di sempre, Asha la Temeraria. Adua è la figlia, stupenda, sballottata tra una falsa famiglia e quella vera. Sogna di andarsene è convinta che: “L’Italia era ovunque nella mia vita. L’Italia erano i baci sulla bocca, la mano nella mano, l’abbraccio appassionato. L’Italia era la libertà.” Ci arriva nel paese dei sogni, sarà la nuova Marilyn Monroe, una diva amata, coccolata, famosa, ricca. Invece dovrà “recitare” in un film erotico, correre nuda sulla spiaggia. Anche il suo matrimonio con Ahmed, un giovane migrante somalo, sarà un insuccesso.

Tra passato e presente, Igiaba Scego racconta di desideri che si infrangono contro la durezza del mondo, contro gli abbagli della gioventù. “Io vedo le cose prima degli altri uomini, ma non mi è stato concesso di cambiare il futuro, né il loro né il mio.” Ecco il dramma non potere cambiare il passato, soprattutto il futuro.

Adua mi ha fatto pensare a Zeudi Araya (1951-2026), attrice etiope sbarcata in Italia, bellissima, subito protagonista di film scollacciati (La ragazza dalla pelle di luna, Il corpo, La preda, La peccatrice, etc.) simbolo di esotismo ed erotismo per gli italiani degli anni Settanta del secolo scorso. L’autrice ha invece (ed ha sicuramente ragione) pensato ad Adua studiando le biografie di Dorothy Dandridge, Anna May Wong, Nina Mae McKinney e Marilyn Monroe.

Ci si consola parlando con l’elefante di Piazza della Minerva e per i sorrisi di Piazza del Cinquecento.

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