La gente quando non capisce inventa. E questo è molto pericoloso. Alda Merini
Sono cresciuto con il mito dell’antipsichiatria, con gli scritti di Cooper e Laing. Sono anche cresciuto con “L’istituzione negata” di Franco Basaglia, con il “Manuale critico di psichiatria” di Giovanni Jervis e con il documentario “Matti da slegare” di Marco Bellocchio, Silvano Agosti, Sandro Petraglia e Stefano Rulli. Con la condanna delle istituzioni totali, raccontate da Erving Goffman in “Asylums”.
“Abbassa il cielo e scendi” (2022) di Giorgio Boatti è un incubo fatto libro. In questo caso la parola incubo è il massimo complimento. Si racconta di schizofrenia, di Bruno, fratello della voce narrante che segue con drammatico amore le varie fasi della malattia, il trascorrere degli anni, il dolore accumulato, la distanza tra malato e “sano”. È un viaggio in Italia, tra manicomi, medicine, psicofarmaci, elettroshock, ricoveri, letti di contenzione, psichiatri affabili, incompetenti, confusi, sconsolati. Il centro del racconto è Bruno, ma è il fratello che racconta la fatica di vivere, lottare, consolare, assistere, vegliare sulla vita di un amore fraterno difficile da accettare. Scrive Giorgio Boatti: “Forse c’è davvero un altro modo di abitare la vita. Forse c’è un mondo possibile dove ciascuno fa semplicemente la sua parte affinché le cose vadano al meglio. Come dovrebbero andare sempre, schivando quanto è dannoso, inutile, complice del male. Spianando ostacoli. Chinandosi su chi, fragile o smarrito, inciampa, tenendogli la mano per rialzarlo.”
È difficile “digerire” questo racconto autobiografico, la cocciutaggine spossata che è dell’autore si trasmette al lettore direttamente, costretto ad un ininterrotto dolore che inizia quasi subito e termina dopo 257 pagine.
Si impara moltissimo con questa opera, il percorso individuale di un “matto” segue l’evoluzione delle cure mediche, della conoscenza, dello sviluppo. Sviluppo purtroppo non lineare, come stiamo imparando in questo periodo di nuove guerre. I cambiamenti della “Legge Basaglia” sembrano essere dimenticati, lì si voleva salvare, redimere, assolvere e cancellare un passato di violenze, di mancanza di umanità, di esclusione dalla vita sentimentale, sessuale, lavorativa, familiare. Rinchiudere sembrava la soluzione più semplice, nascondere il diverso era considerato un obbligo. Vorrei ricordare la grande poetessa Alda Merini, anche lei vittima di manicomi e di una società punitiva. Bruno e Alda ci devono ricordare che spesso la genialità si nasconde ai nostri occhi stanchi e distratti.
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