Briganti e artisti languivano sotto il regime fascista
Vitaliano Brancati non si nasconde, ammette sconsolato: “Sui vent’anni, io ero fascista sino alla radice dei capelli. Non trovo alcuna attenuante per questo: mi attirava, del fascismo, quanto esso aveva di peggio, e non posso invocare per me le scuse a cui ha diritto un borghese conservatore soggiogato dalle parole Nazione, Stirpe, Ordine, Vita tranquilla, Famiglia, etc.” “Provai la gioia dell’animale da gregge di essere d’accordo con milioni di persone e di conseguenza coi loro prefetti, i loro giudici, la loro polizia, etc. e sentire con un grado in più di intensità quello che, non esse, ma loro insieme sentiva”. Capisce prima di molti altri cosa era davvero il fascismo, si allontana, si tira indietro quando non era poi così semplice defilarsi, quando il fascismo era nel pieno del potere.
Del fascismo descrive soprattutto il ridicolo: “Ordini di radersi baffi, di rapare le teste, di non ridere, di non ammiccare, di tenere la nuca eretta, emessi dalle centrali del fanatismo non riuscirono, almeno in Italia, che a dare una posa stranamente buffa a una faccia comune”. “I fascisti invecchiano” fu pubblicato nel 1946, è un libretto minuscolo, amaro e sconsolato, se il fascismo ha disgustato Brancati, l’Italia tornata democratica non lo convince: “Ma cosa insegnava? Non ricordo”. “Dottrina del Fascismo. Gli altri miei colleghi di dottrina del fascismo insegnano ora dottrina del lavoro sono stati furbi: nel 42 hanno cambiato cattedra nessuno se n’è accorto.” “D’altro canto, dopo le tante adunate del ventennio, sarebbe meglio che noi italiani non ci incontrassimo in piazza per almeno dieci anni: la figura, che componiamo così stretti insieme a gridare la stessa parola, somiglia troppo al mostro che acclamò l’impero e la guerra.” “Gli italiani preferivano un gerarca ben pasciuto, saltatore di ostacoli e scozzonatore di ragazze a un socialista ammuffito in carcere.”
Per interessi e per fede politica accosterei Brancati a Piero Chiara, lontanissimi geograficamente, ma vicini nell’avversione al fascismo, per un comune interesse nella descrizione della sessualità, attenta a deridere il machismo dei siciliani in Brancati e più allegra sensuale in Chiara. Per ridicolizzare il fascismo (Chiara fu condannato in contumacia a 15 anni di reclusione per aver rinchiuso il ritratto di Mussolini nella gabbia degli imputati del tribunale di Varese dove lavorava).
“Di questi giochi il principale fu quello di appioppare nomignoli. Non fu che con gioco, ma per esso molti falsi eroi furono costretti a marciare con accanto il proprio nomignolo, come uno spettro che ne riproducesse di intera bruttezza e la viltà e caddero insieme a lui.” Scrive ancora Brancati, i nomignoli come delegittimazione, come sistema per canzonare l’aspetto maschio e ostentato. Vanno ricordati i nomignoli che Gadda diede a Mussolini: il Mascellone o anche il Kuce.
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