L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica di Niccolò Zancan

 Fino a non molto prima, avevano lavorato – e sudato – migliaia di persone. Marco Revelli

Due libri sulla Fiat uscirono a distanza di un anno “Operai” (1988) di Gad Lerner e “Lavorare in Fiat” (1989) di Marco Revelli. Entrambi provenienti dalla sinistra extraparlamentare, entrambi capaci di raccontare, anche se da differenti punti di vista, la Fiat, la sua storia, la grandezza e la misera fine.
Questo “L’ultimo operaio. Canto finale della grande fabbrica” (2025) può considerarsi la continuazione dei precedenti. L’autore è molto più giovane di Revelli e Lerner, non ha vissuto direttamente quei periodi, li racconta comunque benissimo attraverso ricordi, piccole storie, fatti personali dei protagonisti di allora e di oggi. Se i primi due saggi rappresentavano il canto del cigno della Fiat, questo è l’antologia di Spoon River di Mirafiori.
Nella parte iniziale Zancan scrive: “Non c’è più il passato. Non c’è più il futuro. Nemmeno il truciolo, lo scarto di lavorazione, c’è più”. Un vero e proprio funerale della più grande fabbrica automobilistica in Europa, di una città, Torino, che ha rappresentato per molti anni il centro e il punto d’arrivo dell’emigrazione interna. Un mondo fatto di operai che credevano nel proprio lavoro, nella solidarietà, nell’aiuto reciproco, nell’orgoglio di essere i motori dello sviluppo personale e della società. Non è rimasto nulla, il linguaggio si è trasformato, l’autore riporta una lettera di licenziamento di oggi: “Nel contesto di profonda trasformazione del settore automotive che implica sinergie organizzative, di sistemi e di processo che richiedono una propensione al cambiamento, nonché una forte apertura alla multiculturalità per far fronte alla nuova organizzazione aziendale globale e alla necessità di operare in modo efficiente all’interno di contesti operativi in evoluzione con modalità che consentano di preservare la competitività dell’Azienda, considerati i noti effetti occupazionali previsti dalla transizione…” Un amministratore delegato così vede il lavoro: “Dobbiamo fare tutto con intensità e con gioia.” Che vergogna!!! È quella che Jean-Paul Fitoussi definisce la neolingua dell’economia: “Il ritornello preferito dalla neolingua che recita che «tutti devono partecipare allo sforzo comune» diventa semplicemente indecente.”
Un operaio si esprime così: “Non dico di aver avuto sempre ragione. Ma preferisco comunque questa mia idea a quell’altra, che adesso hanno tutti in testa, e cioè che è inutile arrabbiarsi perché tanto non cambia mai niente.”

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