Antichità ribelle. Storie di anarchia e resistenza dal Mediterraneo alla Persia di  Christopher B. Zeichmann 

Diogene ci esorta a rinunciare all’onore e alla vergogna, alla ricchezza e al nazionalismo

Christoper B. Zeichmann (1985) è un docente canadese, insegna Storia e Studi religiosi alla Toronto Metropolitan University.  Pubblica il saggio “Antichità ribelle. Storie di anarchia e resistenza dal Mediterraneo alla Persia” (2025, 2026 in Italia). L’ho acquistato e letto con molta curiosità. L’antica Persia anarchica? Forse l’autore semplifica, il riferimento non è né all’anarchia nel senso di non seguire nessuna regola, né le teorie dei pensatori anarchici classici (Pierre-Joseph Proudhon, William Godwin, Michail Bakunin, Pëtr Kropotkin, Errico Malatesta).

Sarebbe stato molto più corretto raccontare di rivolte, di piccoli gruppi indipendenti, di filosofi all’opposizione, di religiosi che sceglievano una vita di comunità.  “Da fantasma, Spartaco incombe in spazi oscuri e ci libera, ricordandoci che è possibile replicare le sue azioni di duemila anni fa. Possiamo raccogliere la sua eredità e creare società senza denaro, senza violenza sessuale e senza gerarchie. Da fantasma, Diogene ci esorta a rinunciare all’onore e alla vergogna, alla ricchezza e al nazionalismo. Lo stesso vale per i mazdachiti, i circoncellioni, gli esseni, i rati cilici e molti altri”. La rivolta di Spartaco, i filosofi cinici e decine di piccoli gruppi che nell’antichità hanno cercato di vivere pacificamente, lontani dagli Stati, rifiutando il denaro, lo sfruttamento degli schiavi, la libertà sessuale, la guerra come soluzione dei conflitti. Zeichmann fa un lungo elenco, anche se il materiale scritto è minimo, sono piuttosto i nemici di quelle comunità a lasciare delle testimonianze di dura critica e di falsità. “Nel corso della storia cristiana sono emersi altri gruppi simili, tutti orientati all’azione diretta e al mutuo soccorso: i lollardi del XIV secolo, i diggers nel XVII e, più di recente, il movimento dei lavoratori cattolici e gli zapatisti in Chiapas (Messico). La lezione dall’antichità è che il Cristianesimo non deve necessariamente stare dalla parte dei potenti né è intrinsecamente incompatibile con forme di vita radicali”.

Due le parti più interessanti. La prima quella che riguarda i cinici.

“I cinici ignoravano le norme sessuali e di genere, ritenendole strumenti che imprigionavano le persone in relazioni servili di potere e obbligo. Con il loro rifiuto del matrimonio convenzionale, Cratete e Ipparchia ne sono l’esempio emblematico. Nata in una famiglia benestante, Ipparchia rimase colpita dallo stile di vita cinico di Cratete e se ne innamorò. Quando gli propose di sposarsi gesto già di per sé contrario alle norme patriarcali, Cratete si spogliò e le disse che l’avrebbe sposata solo se anche lei avesse scelto di vivere secondo i principi cinici. Si mostrò in tutta la sua nudità, con una gamba più corta dell’altra e la spina dorsale ricurva, un corpo ben lontano dall’ideale di bellezza celebrato dai greci nella scultura e nell’arte. Con orrore della sua famiglia, Ipparchia sposò Cratete e i due instaurarono una relazione insolita fondata sul rifiuto delle convenzioni sociali. Cratete insistette affinché Ipparchia potesse partecipare agli eventi riservati agli uomini e, in poco tempo, anche lei divenne una cinica rinomata. Eppure, il loro rifiuto della discriminazione di genere era solo la punta dell‘iceberg: non soltanto avevano rapporti sessuali in pubblico, ma arrivarono addirittura a incoraggiare il figlio a sposare una prostituta.” “Va anche ricordato che i cani sono noti per leccarsi le parti intime, urinare dove vogliono e accoppiarsi quando ne hanno voglia. I cinici si guadagnarono una certa reputazione per il loro comportamento sessuale spudorato, mostrando scarso rispetto per il matrimonio come istituzione venerabile.”

La seconda riguarda i pirati di Lipari, comunità che durò più di due secoli. “Intorno al 580 a.C., un gruppo di pirati provenienti dalle isole greche di Cnido e Rodi approdò sull’isola di Lipari. Una volta insediatisi, istituirono una nuova democrazia. Elessero tre membri del gruppo come capitani delle navi e vissero pacificamente tra i residenti dell’isola, formando una comunità liparese unita. La comunità organizzò il lavoro in modo tale che alcuni si dedicassero all’agricoltura, altri prestassero servizio in una sorta di marina improvvisata per difendere l’isola dalle forze ostili. La marina fungeva anche da flotta pirata, saccheggiando le ignare navi mercantili che si trovavano nelle vicinanze. La vita era fondata su ideali comunitari, motivo per cui sia i bottini che i prodotti agricoli venivano distribuiti equamente tra tutta la popolazione: resero i propri beni di proprietà comune, e vivendo secondo il sistema della pubblica mensa, per qualche tempo continuarono a vivere in regime comunistico”.

Rispondi

Scopri di più da Poi dicono che uno...

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere