
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi, e per questo viene chiamato democrazia. Pericle 431 a.C
La lettura di “La democrazia è antiquata” lascia un senso di smarrimento, di sconfitta, di un disfacimento irrimediabile. Conosco gli scritti di Revelli, ho iniziato a leggerlo nel 1989 con il saggio “Lavorare in Fiat”, ho continuato fino ad oggi. Le sue analisi sono sempre state lucide, irreprensibili, logiche. Ma mai così spaventose. Durante la lettura continuavo a pensare: “Come mai siamo arrivati a questo punto? Come mai non ce ne siamo accorti prima?”
Si inizia da Pericle per arrivare ai nostri giorni, in un crescendo di perdita del senso comune, di ideali condivisi, di solidarietà scomparse. Il titolo riprende il famoso libro di Gunther Anders del 1956 “L’uomo è antiquato”, per raccontare di quanto le democrazie Occidentali, e soprattutto l’Italia, abbiano perso interesse per la cosa pubblica. Cominciando dai votanti alle elezioni politiche del 18 aprile 1948 con il 92,2% per scendere progressivamente fino al 63% alle elezioni del 2022. Sostanzialmente gli Stati continuano a perdere poteri decisionali e influenze, sostituiti da un “vero “Stato globale” che, per lo meno in Occidente, ha ridimensionato drasticamente il potere dei “vecchi” Stati-nazione riducendone le politiche a variabili dipendenti dalle strategie decise al livello superiore.”
La democrazia parlamentare è vista come una perdita di tempo, si cercano e si trovano scorciatoie elettorali. “È per l’appunto ciò che si intende quando si afferma che la filosofia del maggioritario sacrifica il principio di rappresentanza al principio di efficienza.”
Il neoliberismo si è affermato e consolidato dapprima negli Stati Uniti ed in Inghilterra per poi infettare il resto del mondo con una specie di “antropologia aziendale”, di partiti guidati da chi è più ricco, dalla truffa della meritocrazia (Papa Francesco ne ha fornito una splendida definizione: “La meritocrazia affascina molto perché usa una parola bella: il ‘merito’; ma siccome la strumentalizza e la usa in modo ideologico, la snatura e perverte. La meritocrazia, al di là della buona fede dei tanti che la invocano, sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza”). Con una “marcata regressione nell’uso del linguaggio” (penso allo stupendo saggio di Jean-Paul Fitoussi “La neolingua dell’economia ovvero come dire a un malato che è in buona salute”).
Comandano i ricchissimi, i potenti, poche migliaia di persone che hanno in mano il “Monopolio della forza, della ricchezza, della comunicazione”. Tutti gli altri possono adattarsi e auto escludersi (“Se non sei seduto al tavolo sei il menu”).
“La verità non è altro che la narrazione del più forte.” Potere, finanza sono i motori unici capaci di scavalcare la volontà di governi e popoli, di burlarsi delle leggi, delle risoluzioni dell’ONU, dei diritti dell’uomo. “Quello che era stato concepito come nobile e alto, è diventata rozza materia.”
Segno di questa disfatta il ritorno al riarmo: “Per chi conosce la storia, e sa che finora, a ogni ciclo di “riarmo tedesco”, è corrisposta una guerra mondiale (così con il piano dell’ammiraglio von Tirptz a inizio Novecento, e poi per quello avviato da Hermann Goring nel 1936), la cosa suona come un ferale presagio.”
I poteri occulti capaci di intervenire “nella politica contemporanea: non c’è praticamente evento significativo nelle vicende più importanti e perturbanti del presente e del nostro passato prossimo, in cui non ci sia per lo meno il sospetto dello zampino di un qualche apparato segreto”. Quella che doveva essere la “Casa di cristallo” (Sandro Pertini) si è trasformata in scatola nera.
“E a provare a leggere la vera e propria mutazione genetica consumatasi nel trentennio di dominio via via più assoluto del “paradigma neoliberista”. Il suo trionfo ha infatti avuto un impatto devastante nei Paesi a democrazia matura che in forma più piena l’hanno adottato, con una sistematica decostruzione del sociale e una capillare diffusione di forme radicali di individualismo.”
Secondo l’autore ci sono possibilità di opporsi: “Esistono già delle “buone pratiche” di un reticolo, leggero ma diffuso, di piccoli gruppi, associazione, volontariati laici o confessionali, gruppi di quartiere o di territorio, aggregati informali, centri sociali, strutture di muto aiuto, flottiglie o fragili vascelli da trasbordo… Ognuno ha maturato un proprio sapere “ricostruttivo”, ma resta troppo spesso separato dagli altri.” Quasi le stesse parole di Goffredo Fofi: “Resistere, studiare, fare rete (intesa come relazioni umane reali e non puramente virtuali) e “rompere i coglioni”.
Marco Revelli conclude ricordando la resistenza popolare, condivisa, pacifica dei cittadini di Minneapolis: “In fondo chi si aspettava che nel cuore dell’America di Trump, in uno stato del margine come il Minnesota, emergesse con la forza di un “paradigma” Minneapolis, sorte di dirompente balena bianca con la sua capacità di sconfiggere, in una lotta lenticolare di strada e di quartiere, con tecniche rigorosamente non violente, la barbarie dell’Ice e costringere i suoi brutali warriors a un’umiliante ritirata.”
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